Renzo Berti
Just another WordPress.com weblogGIORNATA DELLA MEMORIA 2010- intervento del sindaco Renzo Berti durante il consiglio regionale straordinario
Caro presidente Nencini, nel dare il benvenuto della città al consiglio regionale, al presidente Martini e alla giunta, ai graditissimi ospiti che arricchiranno con il loro intervento questa giornata, ringraziando le autorità e i cittadini intervenuti a questa riunione solenne, voglio innanzitutto esprimervi il piacere per questa iniziativa. Un’occasione preziosa per tentare di dare un ulteriore contributo ad un impegno, quello della memoria, così importante e al tempo stesso difficile.
La memoria non è infatti solo esercizio mentale, tantomeno lo e’ nella sua dimensione collettiva. Né risponde alla sola, pur basilare, esigenza della ricostruzione, la più fedele possibile, di quanto nel tempo accaduto. La memoria è conoscenza e la conoscenza è presupposto fondamentale di una cittadinanza responsabile e attiva.
La memoria di cui oggi parliamo è la tragica eredità dei sopravvissuti all’Olocausto. Una memoria traumatica, legata ormai per pochi a ricordi diretti, cui ha fatto seguito una memoria di seconda generazione, quella mediata dai racconti, segnata da un distacco temporale rispetto agli eventi, a cui non dovrebbe tuttavia corrispondere il distacco dei sentimenti ne’ quello della ragione. Questo e’ quanto noi tutti ci auguriamo e verso cui rivolgiamo il nostro impegno: al di fuori di ogni opzione retorica, consapevoli peraltro che talvolta sono proprio la brutalità e la crudezza di un evento storico che rischiano di ridurlo a racconto mitologico, assecondando i rigurgiti negazionisti. Al contrario, come ci ammonisce Primo Levi, occorre invece “meditare che questo è stato!”.
Ragione e memoria sono alla base di quella capacità di pensare e di capire, che non appartiene alla banalità del male. Dove il male diventa frutto di una coscienza assopita ed acritica che rende incapaci di andare oltre. Un rischio, quello dell’anestesia sociale, forte anche oggi, nel micidiale frastuono del villaggio globale che disorienta e produce reazioni di chiusura in diversi improbabili recinti, che fa temere della diversità, che alza barriere, che induce nuovi egoismi.
Sta qui, a me pare, l’attualità dell’impegno di istituzioni e cittadini per far sì che la coscienza civile al contrario si rafforzi, diventi leva per guidare i processi di trasformazione sociale, rinunci ai feticci e si adoperi alla costruzione di una rinnovata identità. Le parole “mai più”, gridate dal mondo intero dopo l’olocausto, sono state troppe volte tragicamente contraddette da nuovi genocidi: in Cambogia negli anni ’70, in Rwanda nel 1994, nella ex Yugoslavia e oggi nel Darfur. Evidentemente non e’ stato sufficiente gridare “mai più”.
Non e’ infatti sufficiente proteggere, occorre prevenire, e non dislocando nuove guarnigioni per esportare pace e democrazia ma rafforzando le coscienze dei cittadini globali a livello locale perché come afferma Edward Kissi, professore di storia africana alla University of South Florida, il “successo di un genocidio si basa ovunque sulla volontà delle popolazioni locali di accettare o di condannare la distruzione fisica di un gruppo specifico all’interno della popolazione stessa”.
C’e’ chi dice che la lezione universale sia impossibile da spiegare, che si possa solo raccontare. Ed e’ quindi indispensabile coltivare la memoria, anche sul piano locale. On questi anni la città di Pistoia, il suo Comitato per la Difesa delle Istituzioni Repubblicane, hanno cercato di adoperarsi per questo. E continueremo a farlo, non solo nei giorni ufficialmente dedicati, ma costantemente, convinti come premesso che la memoria sia insieme al pensiero il migliore carburante per il presente.
Un presente nel quale, anche in Toscana, anche nella nostra città, tornano ad affacciarsi i fantasmi di quei pregiudizi che speravamo definitivamente sconfitti e scacciati dalla terra della civiltà. Parlo dell’intolleranza, del razzismo strisciante ma anche pervasivo che coglie ogni pretesto per invocare il ritorno all’indietro della storia. Un atteggiamento che ricorda molto da vicino le pagine più buie dell’Italia e del mondo. Un atteggiamento che siamo impegnati a respingere con la massima fermezza, per mantenere ed accrescere il profilo di una città e di una regione aperta ed accogliente, convinti che sia oggi il modo migliore per onorare il sacrificio dei tanti che con strumenti diversi hanno combattuto la barbarie del nazifascismo, il totalitarismo di quei regimi e le loro terribili dottrine, hanno contribuito alla nascita dell’Italia libera e democratica e della sua costituzione repubblicana.
Discorso di fine anno 2009
Autorità, cari cittadini,
grazie innanzitutto della vostra presenza che onora questa bella tradizione, l’incontro annuale con la città alla vigilia di natale, un’occasione preziosa che consente al sindaco di svolgere pubblicamente alcune considerazioni sull’anno che si sta concludendo e gettare uno sguardo su quello che viene. Un anno nel quale, diciamolo subito, i motivi di preoccupazione prevalgono su quelli di conforto. Non è possibile sfuggire, neppure in questa occasione, al dato drammatico di una crisi economica che continua a produrre effetti pesanti sulla nostra comunità. Una crisi che ha certo molte radici ed invoca la necessità di una profonda trasformazione del sistema nel quale viviamo. Un sistema debole nelle regole, cedevole verso chi non ha timore di approfittarsene. E non mi riferisco soltanto ai crack finanziari che hanno messo in amara evidenza l’ampiezza di tante bolle speculative. Mi riferisco anche alle nostre vicende. Ai molti, troppi casi nei quali l’accattivante intraprendenza di chi è sceso a Pistoia per fare affari ha fatto disinvoltamente spazio all’indifferenza di chi e’ poi tornato, o ha persino inviato i suoi messi, a presentare il conto, senza alcun preavviso, senza alcun serio tentativo di esperire alternative.
E il conto, salato, viene sempre presentato agli stessi. A persone e famiglie che si trovano d’emblée smarrite, senza certezze, senza garanzie, che possono trovare, come certo hanno trovato a Pistoia, la solidarietà e il sostegno di chi condivide questi problemi e non ha timore di partecipare alle loro battaglie. Ma tutto ciò non basta, non bastano le parole, ne’ la generosità pur di tanti cittadini, così come non basta la messa in campo degli ammortizzatori sociali, il barile raschiato da tanti enti e associazioni per tentare di dare una mano.
Occorre difenderci ma al tempo stesso creare tutti insieme le condizioni più favorevoli per ripartire al più presto. Consapevoli che sarà dura. Per le caratteristiche globali ed aspre della competizione, per i limiti che patiamo, per il fatto che ci vorrà comunque parecchio tempo anche solo per tornare là dove eravamo. Ma spero che nel contempo si comprenda che non è sufficiente ritornare al punto in cui eravamo. che è invece indispensabile cambiare qualcosa nelle coordinate di fondo del nostro cammino. Ripensare in radice quella cultura consumistica che col “compra oggi e paghi domani” ha drogato il mercato. Individuare modelli di sviluppo nei quali l’iniziativa d’impresa non smarrisca il senso della responsabilità sociale, mettere le parti pubbliche in condizione di poter svolgere un ruolo efficace di controllo e garanzia.
Il ventennale celebrato quest’anno per la caduta del muro di Berlino ci dice che sono ormai maturi i tempi per chiudere definitivamente i capitoli delle contrapposizioni schematiche che hanno accompagnato la guerra fredda. Non intendo qui riferirmi tanto a quelle di segno politico, a ideologie che oggi vengono rievocate soprattutto per deviare l’attenzione dallo stato reale delle cose. Parlo delle contrapposizioni tra pubblico e privato, tra ragione d’impresa e diritti dei lavoratori, tra sviluppo economico e stato sociale. Ma per dar luogo a una dialettica matura e costruttiva ci vorrebbe una politica diversa, volano di consapevolezza anziché specchio delle frantumazioni sociali, riflesso drammatico di una deriva antagonistica nella quale impera il motto “mors tua vita mea”. Una politica invece attenta a mettere insieme, a tener conto delle ragioni degli altri, a comporre e a realizzare progressivamente un quadro sociale basato sulla corresponsabilità. Una politica che viene dal basso, non perché adusa al populismo velleitario, non perché nutrita dai mal di pancia e dai bicchieri mezzo vuoti, non perché soprattutto impegnata a puntare l’indice, ma perché capace di occuparsi in primo luogo, magari in silenzio e senza retorica, dei bisogni di chi ha più bisogno, che coincidono spesso con chi ha meno voce in capitolo, con chi non dispone di efficaci codici interpretativi, chi è o si sente straniero.
Ecco è questo il senso di un rinnovato stato sociale. Un’attenzione rivolta in primo luogo a scandagliare i bisogni, a selezionare le domande e a metterle in fila per poi dislocare le risorse possibili e quindi verificare l’efficacia degli interventi intrapresi. Per correggerli come è sempre necessario. Per aggredire le diseguaglianze, per far sì che non si fossilizzino dipendenze ma si favorisca il recupero vero di una qualche autonomia, che possa lasciar spazio ai nuovi casi in arrivo senza ingrossare le fila in proporzioni non più sostenibili. Come accade anche a Pistoia. Un peso, un affanno crescente, che anziché il rinnovamento rischia di stimolare un percorso a ritroso, verso quell’assistenzialismo che illude le persone offrendo pochi spiccioli al posto di opportunità e servizi, che tende a isolare, che non orienta nella selezione di partner e prestazioni. La politica degli assegnini, delle mance, delle dame di carità. La politica che torna a segmentare i diritti in base alle condizioni economiche di accesso. La politica disattenta al merito e ai bisogni e che vorrebbe ossificare la società, la politica che anziché unire divide, torna appunto a contrapporre le ragioni dello sviluppo con quelle dello stato sociale. Uno stato sociale che, se evoluto, invece può essere fattore essenziale per la competitività di un territorio.
E’ questo un tema che abbiamo di recente toccato. Prendendo spunto dal tremendo caso del Cip e Ciop, quella struttura che oggi tutti abbiamo imbarazzo a classificare come un nido. I luoghi dell’accoglienza, della cura e dell’educazione non ammettono maltrattamenti come quelli inflitti a quei piccolini. Su quanto e’ accaduto ho ricevuto molte lettere, per lo più di sostegno e conforto. Di queste, una mi ha soprattutto colpito. Me l’ha inviata Vittoria Rachela, un’anziana signora che abita lontano da qui, anche lei turbata dai fatti del Cip e Ciop. La lettera accompagnava un’altra missiva, rivolta alla direttrice di un ex orfanotrofio oggi istituto educativo situato in una importante città del nord Italia e di cui Vittoria Rachela fu ospite per 7 lunghi anni a cavallo tra gli anni 30 e 40.
Ed è questa seconda che andrebbe letta tutta intera, tanto è significativa e toccante, ma mi limito a citarne un passaggio quello in cui racconta di quando finalmente, all’età di 9 anni, dopo diversi anni nei quali era con poche altre costretta a restare anche durante tutta l’estate in orfanotrofio, ebbe modo di partecipare alla sua prima vacanza collettiva. “Mi sembrava di sognare, vedere cose nuove che non avevo mai visto; ma la vacanza dopo pochi giorni fu bruscamente interrotta e fui rispedita all’orfanotrofio che da allora ho chiamato “casa del diavolo”. A nove anni meritavo un castigo esemplare perché avevo commesso un peccato gravissimo: avevo rotto la fila durante la passeggiata. Rompere la fila era severamente proibito. Rivivo la scena. In un frutteto, lungo il sentiero montuoso che stavamo percorrendo, ho visto alberi carichi di mele; mele per terra, una quantità infinita. Un urlo di meraviglia e di gioia e giù per la scarpata a raccogliere le mele.
e dietro a me tutte le altre bambine che gridavano: le mele! L’istitutrice urlava anche lei, ma di rabbia e non era più capace di ricomporre la fila. Così il giorno dopo mi ritrovai nel sottoscala al buio, dove c’erano i sacchi di carbone su ci mi addormentavo piangendo. E poi pane e acqua, un castigo solenne, meritato. Una sera, ero sola nella camerata all’ultimo piano e ho pensato di farla finita. Sono salita sul balcone per buttarmi giù, ma ho visto nel cortile sottostante alcune galline e nello stesso tempo ho udito il fischio di un treno. Se mi butto giù, forse, ammazzo le galline e ho pensato alla mamma che mi veniva a trovare una volta all’anno, e che forse era su quel treno. Allora sono andata a letto e ho pianto finché non ho preso sonno.”
Vittoria Rachela non aveva mai raccontato questa storia. Ora è un’anziana mamma e una nonna. E’ riuscita non solo a sopravvivere ma a studiare e a diventare maestra, professione che ha esercitato per più di 30 anni. Sono sicuro che è stata un’ottima maestra perché si è affidata ad un principio mutuato dalla sua esperienza: il vero amore non castiga mai!
Ma per applicarlo occorre saperlo avendolo ricevuto o, come lei, essendone brutalmente privati.
Cari cittadini, la circostanza che quei maltrattamenti siano avvenuti in una struttura privata, non sovvenzionata dal Comune, non ha ridotto la nostra preoccupazione e il nostro sgomento. Sia perché quei bambini sono comunque nostri figli, sia perché la città ne e’ rimasta infangata. Abbiamo anzi temuto e continuiamo a temere che questa circostanza diventi motivo per un giudizio ingiusto nei confronti delle tante altre realtà private positivamente operanti a Pistoia, a partire da quelle di volontariato e del cosiddetto privato sociale, o magari pretesto per un arretramento di una collaborazione che può e deve crescere in coerenza con quei fondamentali principi di sussidiarietà a cui siamo affezionati.
Abbiamo cercato di essere vicini a quei bambini e alle loro famiglie. Come loro chiediamo e chiederemo giustizia. Perché abbiamo pagato un caro prezzo anche come città. Giudichiamo grave la ferita inferta alla nostra reputazione, alla dignità di Pistoia, terra di civiltà e non di barbarie, città che ha una lunga storia e uno straordinario patrimonio da difendere proprio in materia di educazione dell’infanzia. Città che si sforza di essere amica dei bambini pensando che ciò significhi crescere come comunità educante. Una ferita che brucia ancora ma che non deve impedirci di esprimere apprezzamento e riconoscenza per l’operato della magistratura e delle forze dell’ordine che sono prontamente intervenute suscitando nelle fasi iniziali perplessità e proteste da parte delle stesse famiglie coinvolte, ancora inconsapevoli. Una ferita che per essere rimarginata richiede certo giustizia ma anche una non facile, o comunque non immediata, capacità di discernimento da parte di una società troppo abituata a scaricare il barile.
Una società che pretende di essere forte nell’esercizio dei diritti ma è spesso incapace di associarvi i doveri, poco propensa a interrogarsi, più portata a cercare soluzioni esterne che a mettere a valore le risorse di cui dispone. La società della dipendenza. La società che vuole essere garantita comunque, per quanto non esistano formule così efficaci da metterci al riparo da ogni possibile rischio. Non lo si fa col denaro, né circondandoci di telecamere, ne’ delegando a terzi. Occorre invece partecipare. Sentirsi non utenti ma protagonisti, comprendere che l’educazione è altra cosa rispetto al parcheggio, alla mera custodia. La scienza della formazione ha da tempo evidenziato l’importanza di assicurare occasioni di socializzazione e percorsi educativi fin dalla primissima infanzia. E la domanda in proposito è enormemente cresciuta, rendendo difficile un suo soddisfacimento anche nelle realtà come la nostra dove è più estesa l’offerta. E questo perché la politica è rimasta ferma, immobile alla disciplina degli anni 70.
Gli asili nido continuano ad essere considerati servizi a domanda individuale ovvero un optional a carico delle famiglie e di quei comuni che intendo impegnarsi in materia, con il risultato che un comune come il nostro fatica a far quadrare i bilanci anche, se non soprattutto, per queste scelte, non ricevendo da parte dello stato un euro a ciò dedicato. Ecco è questo che intendo dire quando parlo di stato sociale evoluto. Un welfare costruito sui bisogni e sulle opportunità e non sull’assistenza. Un welfare capace di portare attraverso il suo sistema educativo e formativo un contributo prezioso alla competitività del territorio. Cura dei bambini quindi, a partire dal momento della loro nascita dove possiamo vantarci di essere una delle città con la minore mortalità infantile. Ma anche cura degli anziani, sempre più numerosi, ma sempre più collocati in disparte da una società che non ha tempo a disposizione per occuparsene a sufficienza. Una società piuttosto indifferente, nella quale trovano sempre più alimento forme di violenza. Il dato che vede contenute e sovente ridotte le diverse forme di reato testimonia certo di una sicurezza invidiabile da molte altre realtà, di una costante e positiva vigilanza.
La recente analisi del sole 24 ore che anche sotto questo profilo torna a collocare la nostra provincia nei bassifondi di una graduatoria nazionale che vede invece al vertice tante realtà del sud, non ci convince, come non convince i nostri residenti che nella contestuale rilevazione ribaltano quella collocazione e tutti gli altri giudizi. Ma ciò non deve essere spunto per alcuna sottovalutazione. Perché anche qui si avvertono spie crescenti di disagio, condizioni fertili per speculazioni politiche. La nostra città è stata segnata da violenze anche di questo tipo. Era molto tempo che ciò non accadeva. Occasioni che ci hanno visto assumere convintamente posizioni a difesa della nostra storia democratica, fondata sulla lotta di liberazione dal nazifascismo, ma al tempo stesso denunciare come inaccettabili, nemiche appunto di quella democrazia a cui siamo affezionati, ogni forma di violenza. Un concetto beninteso che applichiamo sia ai fatti pistoiesi che a quelli nazionali, di un’Italia che di violenze ha sofferto sin troppo e non deve dimenticarselo.
Cari cittadini, fin qui ho parlato soprattutto di problemi e preoccupazioni. Ma l’anno che sta per concludersi è stato caratterizzato da importanti e positive novità.
Mi riferisco in particolare a due cose: l’avvio dei lavori per il nuovo ospedale, un cantiere ora in pieno fermento, e l’ulteriore avanzamento della trasformazione delle vecchie breda in un nuovo quartiere, con l’inaugurazione della sede unica del polo universitario. Opere che ritengo emblematiche della direttrice fondamentale del ragionamento che sin qui vi ho proposto: la necessità di integrare sviluppo e stato sociale. Ma anche perché rappresentano il segno concreto di un impegno che nel giro di pochi anni arricchirà Pistoia di funzioni essenziali per esaltarne le potenzialità. Per affacciarci idealmente tutti insieme da quella finestra che vediamo nell’opera di Umberto Buscioni appesa alle mie spalle e osservare al di sotto di quelle nuvole bianche la crescita della nostra città.
il 2010 sarà un anno importante in questo percorso, a partire dalla conclusione di un’opera, il grande sottopasso ferroviario, che aprirà una nuova porta verso sud e verso una prospettiva ambiziosa. Una città che, riprendendo uno slogan che ho coniato all’inizio di questa mia esperienza di sindaco, cresce cercando di non smarrire ma anzi fortificando le proprie radici.
e non mi riferisco soltanto, alle radici della democrazia, al grande patrimonio di storia, arte e socialità di cui disponiamo. Parlo anche delle radici economiche, di quel tessuto manifatturiero che non vogliamo disperdere a partire dalla realtà di AnsaldoBreda che deve, sottolineo deve, ritrovare un percorso di rilancio industriale. Così come alla importantissima risorsa del vivaismo, un asset fondamentale per il nostro territorio, sia sotto il profilo occupazionale che per quanto concerne la qualità produttiva e il contributo che può dare all’immagine di Pistoia. Pilastri da cui non possiamo prescindere. Pilastri che siamo impegnati a valorizzare per agganciare al più presto la ripresa, insieme alle tante qualità presenti nel tessuto artigianale, nel commercio, nell’agricoltura tradizionale, sviluppando sempre più le grandi potenzialità turistiche di cui disponiamo. Opportunità e risorse reali che richiedono di essere messe a valore, superando le conflittualità di bottega, pretendendo dalla politica una maggiore capacità di scelta, chiedendo al sistema imprenditoriale di mettersi in gioco, dando priorità alla sostanza anziché all’immagine, privilegiando il gioco di squadra, ponendo termine alla escalation di insulti, di imbarbarimento mediatico che affolla i palinsesti quotidiani.
L’anno prossimo ricorrerà il 150° anniversario del plebiscito che con il voto favorevole del 95% dei partecipanti portò il granducato di toscana a confluire nel regno d’Italia fondato nel 1861 quando venne eletto il primo parlamento. Non fu tanto la nascita di una nazione che esisteva fin dal medioevo, cementata da una comune radice linguistica e culturale. ma la fondazione di uno stato unitario, dalle alpi alla Sicilia. Uno stato che nel tempo attraverso fasi molto sofferte è comunque cresciuto ed ha acquisito la forma repubblicana con il plebiscito nazionale ed il varo della costituzione nel 1948. Uno stato che oggi vacilla, alle prese con un elevatissimo debito pubblico e pervaso da conflitti pesanti che coinvolgono persino i suoi assi portanti. Uno stato in crisi di identità, che nel momento in cui si fa più forte l’esigenza di un’Europa capace di un’azione unitaria a partire dalla politica estera e da quella economica, pare recalcitrare proprio su questo versante, abbracciato a feticci camuffati da tradizioni. Preoccupato di perdere la propria identità. quasi che questa fosse statica, immutabile e non il prodotto di una trasformazione continua. Un dato sintomatico di una paura del futuro. una paura che dobbiamo combattere per recuperare quella fiducia che e’ l’ingrediente basilare della condivisione civile.
Ed e’ infatti con questa esortazione che voglio concludere questo mio saluto, ringraziandovi per la cortese pazienza con cui mi avete ascoltato. Un’esortazione unita agli auguri di un sereno anno nuovo e di un felice Natale che vi formulo anche a nome del Presidente del consiglio comunale e della giunta. L’esortazione a che questo nostro Natale non sia monocromatico, ma risulti affollato di mille colori, delle tonalità sgargianti delle tante culture e dei liberi pensieri, che possono arricchire il nostro modo di essere, per continuare a costruire una città, una comunità davvero accogliente ovvero aperta al contributo di tutti e attenta a chi ha meno occasioni e possibilità di darlo. Una comunità che ripudia la violenza, a partire da quella sui bambini perché come mi ha scritto vittoria Rachele “i bambini non devono mai essere puniti perché non sanno difendersi. La loro difesa è l’urlo e il pianto”.
E noi, tutti noi, quel pianto non vogliamo sentirlo, ma non perché scappiamo via o ci tappiamo gli orecchi.
Grazie ancora.
buon Natale, buon 2010.
Appello del Sindaco
In un momento di dolore e confusione come quello che stiamo vivendo, ho ritenuto necessario ribadire che la città, al pari delle famiglie e dei bambini, si sente umiliata e maltrattata.
E’ necessario ricordare e gridare a gran voce, al di sopra del caos mediatico, che Pistoia NON è la città degli asili lager.
I nostri asili e i nostri servizi fanno scuola nel mondo intero e un episodio isolato non deve macchiare una lunga storia di qualità ed eccellenza, costruita giorno per giorno, insieme a bambini, genitori e operatori qualificati.
Per questo motivo ho fatto questo video, destinato a tutti i media nazionali.
La manovra per il riequilibrio del bilancio: dati confortanti
Con la manovra di riequilibrio di bilancio si raggiunge il pareggio del bilancio stesso, si recupera un terzo del deficit strutturale e si rispetta, cosa niente affatto scontata, il patto di stabilità. Si tratta di un risultato che certo non risolve tutti problemi, ma che certifica la bontà dell’impostazione e della gestione in un contesto difficile, che accomuna Pistoia agli altri grandi e piccoli comuni d’Italia, con alcune specificità che riguardano in particolare la grande diffusione e la elevata qualità dei servizi alla persona, accompagnati dalla bassa pressione tributaria ed extratributaria del nostro Comune.
Abbiamo dimostrato con i fatti di saper fronteggiare una fase critica come quella attuale, e sapremo ben gestire anche i percorsi futuri.
Il programma che abbiamo strutturato si articola in di dodici campi di azione e troverà sviluppo e puntualizzazione nel contesto del bilancio di previsione per il 2010: incremento delle tariffe per i servizi a domanda individuale, non in modo indiscriminato, ma in maniera da non toccare quelle più sensibili o già molto elevate; recupero della evasione che deve divenire un contributo strutturale al bilancio; progressivo incremento dei dividendi dalle aziende partecipate; affidamento a Farcom di alcuni servizi, senza arretramenti sulla qualità; riorganizzazione dei servizi educativi; risparmi virtuosi su biblioteche e musei; eliminazione di automatismi contributivi a vari soggetti partecipati; risparmi sulle utenze e razionalizzazione sugli acquisti; risparmi sulla gestione del personale; incremento dell’addizionale Irpef; riduzione dell’indebitamento e dell’impiego degli oneri di urbanizzazione sulla parte corrente del bilancio.
Questo è il nostro programma e lo porteremo avanti con rigore e serietà nei prossimi tre anni: ci prefiggiamo di chiudere la forbice tra uscite ed entrate ordinarie nel 2012. Tuttavia ancora una volta va sottolineata l’instabilità con cui deve fare i conti ogni tipo di programmazione della finanza locale, con un quadro di riferimento nazionale affidato sovente alla creatività dei governi che ogni anno, attraverso la Finanziaria di turno, cambiano le regole del gioco. Il tutto in attesa di quella che potremmo definire l’Araba Fenice, ovverosia il mitico federalismo fiscale.
L’egoismo globale
Uno dei principali problemi del nostro tempo sta nella tendenza a reagire alla globalizzazione con risposte piccole, racchiuse nel guscio della miopia e degli egoismi.
Ciò non accade solo nella sfera privata della vita di molti ma anche, costituendo una contraddizione in termini, nelle politiche pubbliche .
Mentre dovremmo sforzarci di pensare in grande e guardare lontano per analizzare le cose e disegnare progetti e percorsi di scala adeguata alla bisogna, ci chiudiamo invece in piccoli recinti, illusi di poter trovare un più sicuro riparo e risposte immediate alle nostre incertezze.
Vediamo così questa inverosimile escalation sulla purezza (di sangue, di lingua, di cultura), banale pretesto per un sempre più volgare e violento razzismo, dilagare il precetto del “mors tua vita mea”, svilire la politica da “arte del possibile” a esclusiva ricerca del consenso.
Non conta più costruire un mondo migliore, conta solo intercettare gli umori. Il consenso non strumento essenziale (ci mancherebbe!) del fare, ma obiettivo fine a se stesso in quanto capace di perpetuare il potere.
Ecco allora “lo specchio rotto”, i mille frammenti in cui si trova sfrangiata la comunità, lo smarrimento di valori e percorsi.
Un nuovo medioevo che avanza, dove l’immagine sostituisce la verità e la scienza viene assoggettata a strumento.
Un fenomeno diffuso che non risparmia neppure le realtà con forti tradizioni democratiche.
La politica è annichilita: appaiono e scompaiono partiti, protagonisti cambiano disinvoltamente casacca chiamando democrazia l’autobus che passava di lì.
Ho visto indebolirsi il comune sentire. Il rapido e spregiudicato trasformarsi dell’impegno politico nell’autopromozione personale. Il deserto della partecipazione disinteressata.
E a tutto ciò si cerca di sopperire attraverso nuovi meccanismi, leggi elettorali dove già deteniamo il record mondiale della confusione (regole diverse per ogni singolo livello), selezioni primarie, di partito, di coalizione, o addirittura che hanno valore solo se si vince.
Abbiamo più norme e regolamenti che nel castello di Kafka. Magari proposti proprio da coloro che non sopportano le regole.
Certo, per fortuna ci sono anche sacche di resistenza, luoghi dove resiste il senso comune, dove si vuole continuare ad avere fiducia.
Mi capita ogni tanto di venirci a contatto e sono sempre belle emozioni, iniezioni di fiducia.
Mi succede spesso nelle frazioni collinari e montane, mi è accaduto nei giorni scorsi alla festa del PD a Santomato o quando ho ritrovato alcuni appassionati intorno alla nuova Pistoiese.
Ma ho la sensazione che questa resistenza si stia ulteriormente affievolendo. E non credo sia possibile accettarlo così, come un fatto naturale o scontato.
Occorre denunciarlo. La chiarezza è il presupposto per le battaglie giuste.
Lettera al ministro Scajola
Unitamente al Presidente della Provincia ho inviato una lettera al Ministro dello Sviluppo Economico, per sollecitare un intervento governativo sulla nostra provincia e sulla nostra città.
Ecco il testo della lettera.
Signor Ministro,
con la presente siamo a richiederle il suo personale intervento per fronteggiare i drammatici effetti della crisi economica che stanno investendo il tessuto sociale, economico ed occupazionale della Provincia di Pistoia. Negli ultimi mesi, infatti, la crisi sta entrando nella sua fase più negativa, mettendo in grave difficoltà le attività economiche locali e determinando un impoverimento complessivo di tutta la comunità e del territorio. Non si ricorda a Pistoia, dal dopoguerra ad oggi, analoga situazione di problematicità.
I recenti annunci di chiusura di alcune delle maggiori aziende locali come Radicifil, Mas-Isola, Tosco-Ligure, hanno determinato, in pochi mesi, un aumento della disoccupazione di oltre 250 lavoratori, a cui va aggiunto il personale di tutte le piccole realtà aziendali, che risentono della crisi ma non occupano le prime pagine dei giornali. Gli effetti a cascata, sull’indotto, sulla competitività, sull’occupazione e sullo stato sociale diventano ogni giorno più pesanti, tanto da configurarsi come una vera e propria emergenza del sistema territoriale nel suo insieme.
La nostra provincia conta su una popolazione di oltre 290.000 individui, cresciuta negli ultimi sei anni di oltre 19.000 unità.
L’anno appena concluso e quello attuale hanno però determinato, un aggravarsi del panorama occupazionale, dalle cifre inquietanti:
-21% di avviamenti al lavoro, +175,0 ore complessive di cassa integrazione, +0,8% mobilità, +159,9% domande per indennità di disoccupazione ordinaria.
Le attività industriali hanno subito un crollo, con un tasso di crescita di nuove imprese negativo, pari a -0,18%. Nella graduatoria regionale dell’indicatore di crescita imprenditoriale, Pistoia si colloca all’ultimo posto.
Gli enti locali hanno fatto fronte comune, congiuntamente alla Regione, ma l’aggravarsi della crisi e gli effetti sull’occupazione rendono necessario un rapido e determinato intervento governativo.
Siamo perciò a chiederle un interessamento al fine di attivare tutti gli uffici preposti alla gestione di crisi aziendali per poter verificare insieme le condizioni attuali e programmare iniziative svolte a risolvere il momento di difficoltà.
Con profonda stima e rispetto.
Elezioni, alleanze e referendum
Tra pochi giorni anche i pistoiesi torneranno a votare. Non per il ballottaggio da molti ipotizzato per la guida della nostra Provincia ma per il referendum sulla riforma della legge elettorale.
Federica Fratoni ha infatti vinto al 1° turno e con pieno merito una sfida difficile che ha visto il centro sinistra nel suo complesso tenere molte posizioni (in 5 anni il quadro politico si è così trasformato da rendere più pertinente il confronto con le elezioni più recenti che con le provinciali del 2004) e nel Comune capoluogo distaccare il centro destra di oltre 20 punti percentuali: 55% a 34%.
Il centro sinistra ha invece avuto parecchi problemi e in qualche caso è stato sconfitto soprattutto dove si è presentato diviso.
Tutto ciò merita una riflessione approfondita da parte di tutte le forze politiche, a partire dal PD che per primo ha patito le divisioni interne.
Una riflessione che evoca temi delicati, l’autosufficienza, la vocazione maggioritaria, i confini delle alleanze, ma che presuppone il recupero di una dimensione politica proiettata al bene comune e sottratta al giogo delle ambizioni e delle carriere personali.
Personalmente ho sempre diffidato dei cartelli elettorali e delle alleanze “contro”.
Le alleanze debbono certo scaturire dalla condivisioni dei principi di fondo, e oggi direi che è in particolare la volontà di uno stato sociale evoluto e pubblicamente regolato o, detto altrimenti, di una società attenta ai bisogni e ai meriti più che ai portafogli, a discriminare le politiche di sinistra da quelle di destra.
Ma le alleanze vere devono essere capaci di andare oltre, di condividere analisi e propositi per proporre ai cittadini progetti che, una volta al governo, saranno davvero messi in atto.
E’ qui che si definiscono i confini, è qui che si saldano i rapporti, che si recupera credibilità con gli elettori.
Nessuna autosufficienza a prescindere quindi, ma anche nessun patto confuso, costruito sommando le contraddizioni agli equivoci..
Il referendum di domenica 21 è nato dalla volontà di semplificare il sistema della rappresentanza politica. Un’esigenza che ho condiviso e che merita tuttora attenzione.
Negli ultimi tempi le cose si sono però ancor più complicate. Sono cresciuti in Italia e in Europa i timori e le evidenze di un pericoloso neopopulismo.
La semplificazione che scaturirebbe dall’affermazione del referendum potrebbe risultare così brutale da determinare un deficit democratico.
E’ un rischio che non possiamo permetterci.
Per queste ragioni, per la prima volta da quando ne ho diritto e a malincuore, non andrò a votare per quel referendum.
Mi auguro che in molti facciano altrettanto ma spero che il possibile suo insuccesso non porti ad accantonare dal dibattito pubblico e dall’agenda parlamentare un tema così critico e fondamentale.
Pistoia città d’arte, due nuovi spot
Dalla collaborazione tra la Toscana Film Commission e l’Assessorato al Turismo della Provincia di Pistoia è nato il progetto “Pistoia in spot”.
Due sono gli spot, diretti da Rosario Mantero, che presentano la città, pensati per dotare il territorio di un nuovo strumento promozionale.
Incontro con la delegazione Radicifil: solidarietà ai lavoratori
La notizia della chiusura della Radicifil annunciata in modo improvviso, con i suoi 137 lavoratori in cassa integrazione, è stata veramente una cattiva notizia per Pistoia. Questa azienda rappresenta infatti un pezzo di quel tessuto produttivo, che come Enti locali ed istituzioni siamo impegnati a salvaguardare, pena la perdita di interi brani della comunità ed il progressivo degrado del tessuto sociale. Siamo consapevoli delle difficoltà globali e del momento di crisi virulenta che sta attraversando l’economia, ma riteniamo indispensabile affrontare ciascuna situazione singolarmente e con tutte le attenzioni del caso. Per questo intendiamo avere al più presto un incontro direttamente con la proprietà dell’azienda Radicifil, per capire fino in fondo i contorni esatti di questa vicenda, che per Pistoia è, lo ribadisco, doppiamente grave: grave per il dramma dei lavoratori che si vedono negare la possibilità di continuare a lavorare, grave per il sistema socio-economico locale nel suo complesso. La presenza stessa, questa mattina in Comune, del presidente della Regione Toscana Claudio Martini, che ringrazio a nome della città, ha avuto il valore di testimoniare la massima vicinanza delle istituzioni ai lavoratori della Radicifil e nel contempo l’attenzione alta che abbiamo nei confronti di queste problematiche.

Discorso del 25 aprile
Posto il discorso che ho tenuto in occasione della ricorrenza del 25 aprile.
Autorità, Associazioni dei partigiani e dei combattenti, care cittadine e cari cittadini, ci troviamo ancora una volta qui, di fronte a questo monumento, in questa ricorrenza fondamentale per la libertà del paese.
Una celebrazione che insieme a molti di voi ho sempre cercato di onorare e che da quando sono sindaco mi ha sempre consentito di poter svolgere alcune considerazioni. C’è stata una sola eccezione, 2 anni fa, nel 2007, quando sono mancato perché in quello stesso 25 aprile mi sono recato a Roma, per ritirare davanti all’altare della patria la Medaglia d’oro al Merito Civile conferita dal Presidente della Repubblica, ai 4 ragazzi martiri della fortezza. Ritengo infatti questa presenza doverosa, per esprimere a nome della nostra comunità una sentita riconoscenza al sacrificio, alla lotta di tutti coloro che contribuirono alla liberazione 64 anni fa dell’Italia dal nazifascismo, alla sua rinascita democratica, poi sancita dall’avvento della Costituzione repubblicana. Una gratitudine doverosa ma non banale, che è importante ribadire ogni anno
Possono essere certo diversi i modi per celebrare il 25 aprile, ed e’ bene farlo cercando il modo più efficace e meno retorico. Desidero perciò ringraziare tutti coloro che hanno dato e daranno un contributo di proposte e di iniziative, aiutandoci a comporre un programma adeguato.
Modi e forme diverse, tutte plausibili con una sola eccezione, quella della strumentalità politica. Una strumentalità che vediamo dettata non soltanto dai pregiudizi e dagli interessi di parte ma che, più subdolamente, trae alimento dal pietismo indistinto, dalla compassione, dalla consapevolezza infine che nel distinguere i torti dalle ragioni non e’ mai semplice tracciare una linea così netta, immune da errori e sbavature. Ed invece è non solo possibile, ma direi persino agevole per chi si adoperi ad essere obiettivo, continuare a distinguere il torto dalla ragione. Ed affermare quindi senza reticenze, senza ambiguità, che i partigiani, la popolazione che li sosteneva, coloro che – come i nostri ragazzi della fortezza – si rifiutarono di aderire allo stato fantoccio di Salò, l’esercito alleato stavano dalla parte giusta Per il semplice ma basilare motivo che lottavano per la riconquista della libertà, per restituire dignità e indipendenza al nostro paese. Mentre i nazisti e i fascisti,della prima e dell’ultim’ora, i più e i meno consapevoli, i collaborazionisti, erano tutti dalla parte sbagliata. Per il motivo anche qui molto semplice che erano al servizio di regimi che non solo negavano la libertà ma si ispiravano agli orrendi principi della sopraffazione e di un razzismo così devastante da produrre la tragedia dell’olocausto. Una scelta di campo piuttosto facile quindi e al tempo stesso necessaria non solo per la ricerca e il rispetto della verità storica, ma perché utile oggi, in un momento in cui tornano ad affacciarsi in vari punti del mondo, ma soprattutto in Europa, e in qualche caso anche in modo prepotente, i fantasmi di quella storia che speravamo dissolti. Ed hanno le sembianze molto concrete dell’intolleranza, del razzismo, della violenza gratuita, delle nuove camicie nere, di provocazioni da non sottovalutare come quelle che da tempo avvengono anche nella nostra città, con intimidazioni, scritte oltraggiose, l’ultima stanotte con l’apposizione su uno degli accessi viari alla città di un delirante striscione inneggiante a Mussolini, oppure quelle sfumate, meno evidenti, direi meno compromettenti dell’apatia e dell’indifferenza, del disimpegno e dell’egoismo sociale le cui radici possono trovare un humus fertile nelle difficoltà economiche e nell’insicurezza sociale Nell’illusione che la risposta migliore alle sfide e alle incertezze del mondo che avanza sia quella dell’antagonismo, della chiusura all’altro, del rifiuto pregiudiziale di chi è diverso, del “mors tua vita mea!” . Magari associato all’emulazione di modelli di riferimento tutti materiali, poveri di cultura e poveri di spirito. Spargitori di quel cloroformio sociale che pare oggi oltremodo diffuso, proprio quando l’allargamento dei confini spaziali richiederebbe una migliore agibilità di pensiero, la capacità di superare i tradizionali modelli interpretativi, la capacità insomma di andare avanti, non certo quella di tornare indietro , la capacità di costruire ponti più lunghi e robusti, non quella di alzare improbabili steccati. E di considerare la memoria del passato un contributo prezioso per poter meglio investire nel futuro. Da qui la volontà di valorizzare la resistenza, l’antifascismo, la lotta di liberazione come le radici fondanti della democrazia ritrovata, della costituzione della nostra Repubblica. Da qui l’importanza che questa possa essere la festa di tutti, ma non alla condizione sbagliata di smarrire il senso della storia e della giustizia sociale, nel contesto di un indistinto cordoglio, ma nel riappropriarsi invece tutti, quale comunità solidale, di questi valori e di questi principi. Cari cittadini, il monumento che ci sta davanti, e’ un’opera semplice, un blocco grezzo di calcare rosso, estratto da una cava di Monsummano e posto qui, in questa piazza dedicata alla resistenza, 52 anni fa. Una scelta credo collegata alla provocazione del maresciallo Kesserling che, nel corso del processo a suo carico, arrivò a dire che il popolo italiano avrebbe dovuto fargli un monumento e che ispirò Piero Calamandrei a dedicargli la seguente epigrafe:
“lo avrai camerata Kesserling il monumento che pretendi da noi italiani ma con che pietra si costruirà a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio, non colla terra dei cimiteri dove i nostri compagni giovinetti riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne che per due inverni ti sfidarono,
non colla primavera di queste valli che ti videro fuggire,
ma soltanto col silenzio dei torturati più duro d’ogni macigno,
soltanto con la roccia di questo patto giurato tra uomini liberi che volontari si adunarono per dignità e non per odio,
decisi a riscattare la vergogna e il terrore del mondo
su queste strade se vorrai tornare ai nostri posti ci ritroverai,
morti e vivi collo stesso impegno,
popolo serrato intorno al monumento che si chiama ora e sempre resistenza!”
Grazie a tutti per la partecipazione e buon 25 aprile



